Cigno rinoceronte colomba

di Giuseppe Gario

 

«La forma più diretta di potere è il puro potere di azione: il potere di recare danno agli altri con un’azione diretta contro di essi, il potere di ‘fare qualcosa’ agli altri». «Può togliere loro il credito, dar fuoco alla casa, imprigionare o espellere l’altro, mutilarlo, violentarlo, ucciderlo» [Einrich Popitz, tr.it. Fenomenologia del potere, Bologna 1990, p. 65]. «I tre elementi della sindrome della violenza totale non solo concordano ma si accrescono anche vicendevolmente. L’esaltazione e l’indifferenza si sostengono a vicenda. Le glorificazioni del proprio atto violento diventano ancora più sicure, ancora più indisturbatamente possibili se il nemico è un nulla – quand’anche un nulla pericoloso – le cui opposte ragioni è del tutto impossibile prendere in considerazione» [ivi, p. 88]. «Allo stesso modo l’esaltazione e l’indifferenza agevolano la disponibilità a impiegare strumenti tecnici di violenza, e la tecnicizzazione della violenza si ripercuote su entrambi gli atteggiamenti» [ivi, p. 89]. Il crollo del muro di Berlino nel 1989 parve confermare che «possa essere compresa sempre meglio la comunanza degli interessi vitali, che si possa cioè riconoscere che ormai la sicurezza può essere raggiunta solo come sicurezza nella reciprocità» [ivi, p. 90].
Con l’innovazione informatica Robert Axelrod aveva già smentito il ‘dilemma del prigioniero’ (solo l’egoismo è razionale, diffusa e falsa credenza anche economica) in un torneo mondiale tra quattordici strategie progettate da psicologi, economisti politici, matematici, sociologi in un girone all’italiana, cinque volte. Vinse la più semplice, ‘colpo su colpo’ di Anatol Rapoport: dopo l’apertura cooperativa, replicava la mossa del concorrente. Il torneo fu ripetuto con molti più concorrenti, diversificati e con strategie aggiornate sul primo. Vinse di nuovo ‘colpo su colpo’: «uno dei principali motivi per cui i programmi ‘non buoni’ non si sono piazzati in gara è proprio il fatto che quasi nessuna delle regole partecipanti al torneo era abbastanza clemente» [tr.it. Giochi di reciprocità. L’insorgenza della cooperazione, Feltrinelli 1985, p. 37]. Incluso lo stesso ‘colpo su colpo’.
«Contro la facile convinzione che la migliore strategia sia necessariamente ‘occhio per occhio, dente per dente’: esistono almeno tre strategie che, se si fossero presentate in gara, avrebbero potuto vincere tranquillamente» [ivi, p. 39]. Una perdonava le defezioni isolate: «anche gli strateghi più esperti non attribuiscono all’importanza della clemenza un peso sufficiente»; «’look ahead’ (pensa al futuro), si ispirava alle tecniche impiegate per il gioco degli scacchi a livello di intelligenza artificiale. E non è cosa da poco che la metodica dell’intelligenza artificiale possa ispirare una strategia che nei fatti si sarebbe dimostrata migliore di tutte le altre». La terza partiva «pessimistica, mentre si è poi accertato che l’ottimismo iniziale, non soltanto sarebbe stato più preciso, ma avrebbe anche determinato un piazzamento nettamente migliore, conquistando il primo posto, non il decimo» [ivi, p. 40].
Clemenza, innovazione, ottimismo nutrono interazioni a somma positiva mentre ‘occhio per occhio’ genera estremismi cumulativi qual è la «cultura transnazionale angloamericana neonazista dopo la seconda guerra mondiale». «La negazione dell’Olocausto unì attivisti britannici e americani, e dagli anni 1980 in poi vediamo emergere una serie più complessa di interazioni, inclusi Blood&Honour e Combat18». «Questa ‘tradizione’ si ripete ora in una varietà di siti Web» [Paul Jackson e Anton Shekhovtsov (eds.), The Post-War Anglo-American Far Right. A Special Relationship of Hate, Palgrave Macmillan 2014, p. 2]. «Diremo ‘estremismo cumulativo’ il processo di formazione di una massa critica di riferimento nei punti dove si cumula questa tradizione. Roger Eastwell ha sviluppato l’idea in un eccellente lavoro recente, chiarendo che la strategia ‘occhio per occhio’ tra gruppi ideologici opposti genera una potente subcultura ‘noi’ contro ‘loro’. È simile a quanto esaminiamo qui. La differenza è che mentre Eastwell sottolinea giustamente la necessità di analizzare l’impatto radicalizzante di interazioni tra distinti gruppi antagonisti, noi intendiamo farlo […] tra raggruppamenti distinti e in senso molto lato affini, portati a credere di contribuire a un’identica vasta ‘causa’ (benché, come spesso si può notare, questi raggruppamenti ‘affini’ siano invece antagonisti anche tra loro!)» [ivi, p. 5].
In conclusione, «data l’attuale opinione governativa che i gruppi di estrema destra in Inghilterra siano privi di collegamenti in reti internazionali, questa è chiaramente una storia da raccontare anche fuori dalla ricerca. Mentre i network come Al-Qaeda sono spesso genericamente visti come terroristi islamici che per alto grado di coordinamento e professionalità sono una minaccia internazionale, quelli internazionali di estrema destra sono visti con le lenti distorte di un dilettantismo di basso rango, ammesso che se ne veda l’esistenza pura e semplice. Una prospettiva più sfaccettata dell’estremismo violento di estrema destra sottolineerebbe la sequela, nel dopoguerra, di gruppi che lavorano insieme oltre i confini nazionali, per di più in modi sempre più complessi» [ivi, p. 145].
«Di fatto, i legami tra i gruppi di estrema destra americani e europei sono sempre più stretti» [«No safe places», The Economist, 23-29/03/2019, p. 51].
Li hanno studiati con specifico riguardo a Internet Manuela Caiani e Linda Parenti [European and American Extreme Right Groups and the Internet, Ashgate 2013]. «Internet potrebbe divenire un attrezzo complementare per l’estrema destra, organizzata in una ‘adesione’ fluida che si impegna in spontanee e sporadiche campagne di violenza. Di fatto, importanti eventi violenti di estrema destra, incluso il recente attacco a Oslo [77 persone assassinate dall’estremista di destra Anders Behring Breivik il 22 luglio 2011 in due attentati: ndr] sono stati portati a termine da veri ‘lupi solitari’, spesso con poche affiliazioni alle organizzazioni formali, ma molti contatti online» [ivi, p. 213]. «Anche le caratteristiche organizzative si sono dimostrate importanti per spiegare in parte l’uso di estrema destra del Web, una sorta di ‘divisione del lavoro’ tra le varie organizzazioni, dal più tradizionale approccio alla rete dei partiti politici ai più innovativi gruppi giovanili sub-culturali e nazisti, che per organizzare la loro mobilitazione e i loro contatti internazionali sostituiscono Internet alle interazioni sociali faccia-a-faccia. Ciò suggerisce un legame tra valori e identità fuori rete e il loro approccio a Internet, confermando (secondo le nostre attese), come suggeriscono gli studiosi dei movimenti sociali, che le organizzazioni più istituzionalizzate e gerarchiche fanno uso più tradizionale e strumentale del Web, mentre i network meno formalizzati e più fluidi sono più interessati a usarlo in modo innovativo per costruire identità e mobilitarsi» [ivi, p. 146]. «In ogni evento i nostri risultati provano che gli attori sociali non si rapportano a Internet in modo identico; piuttosto, configurano la tecnologia in nuove piattaforme di partecipazione per organizzare l’azione collettiva in un modo che dipende largamente da altri fattori, quali la struttura delle opportunità sociali e politiche. Di fatto, le risorse degli attori sembrano interagire con le caratteristiche delle opportunità politiche, culturali e tecnologiche del paese, che influenzano l’attivismo Web dell’estrema destra politica, più elevato dove le opportunità sono migliori» [ivi, p. 247]. Dell’estrema destra e della jihad.
«Il massacro in Nuova Zelanda del 15 marzo [2019] ci ricorda quanto siano di fatto simili i killer nazionalisti bianchi e i killer jihadisti. Benché si detestino, condividono metodi, costumi e mentalità. Si pensano sotto attacco e giustificano così l’estrema violenza di ‘autodifesa’. Spesso si radicalizzano sui media, dove sfruttano una subcultura multinazionale di rancore» [«The new face of terror, much like the old», The Economist, 23-29/03/2019, p. 12], in un ordine globale che «si basa sul criterio del maggiore vantaggio e interesse; lo scambio è sempre tra interessi e vantaggi; non toglie il conflitto, ma lo declina volta per volta, di circostanza in circostanza, secondo l’utilità del momento. Questa mobilità e dislocazione costante del conflitto – individuando e attraversando partiti e soggetti sempre nuovi e diversi – potrebbe definirsi nei termini della competizione e della concorrenza. La politica […] non si pone come fine la creazione di comunità; consiste piuttosto nel sottomettere il conflitto e la sua potenza alla logica del maggiore vantaggio e della maggiore utilità in un determinato momento – questa è la logica ‘politica’ del mercato. Il conflitto politico moderno – quello di classe o, in generale, secondo la classica definizione schmittiana, quello tra amico e nemico – è, all’interno del mercato, precarizzato, diffuso e quindi neutralizzato nella forma della competizione e della concorrenza, che finiscono per fungere addirittura da legame della cosiddetta Grande Società globale» [Dario Gentili, Crisi come arte di governo, Quodlibet 2018, pp. 88-9]. «È il mercato il modello per eccellenza di ordine spontaneo; il mercato, infatti, non deve rispondere né a criteri politici né di giustizia, il suo criterio è l’auto-conservazione» [ivi, p. 92]. «E ciò vale a maggior ragione oggi, quando la ‘democrazia autoritaria’ o il ‘populismo’ si presentano come un’alternativa al neoliberismo, mentre sono piuttosto funzionali alla ‘crisi perfetta’ dell’ordine spontaneo del mercato» [ivi. p. 93].
Ex ambasciatore, Jeffrey Hawkins critica la politica estera USA «isolazionista, protezionista e fondata sugli ‘affari’, non sui rapporti di fiducia». «Con l’elezione di Trump è generale lo svilimento della diplomazia. Si circonda di generali, affida importanti compiti diplomatici, specie la pace in Medio Oriente, a intimi inesperti e fa a meno della competenza dei suoi diplomatici». «Significa che un Pentagono ben finanziato e di solito rispettato dal presidente Trump avrà spesso la meglio nei dibattiti sull’approccio americano di fronte a problemi complessi, che solo raramente hanno soluzioni puramente militari». «Soprattutto, in molti casi, ciò vuol dire che non avremo più alcuna politica del tutto» [«La diplomatie américaine se meurt», Le Monde, 07/12/2018, p. 20].
Il ripudio USA di diplomazia e politica, dopo la fine della guerra fredda, è ripercorso da Ronan Farrow che in epigrafe all’epilogo cita Dei doveri di Cicerone [I,XI 34]: «Ci sono due maniere di contendere: con la ragione e con la forza; e poiché la ragione è propria dell’uomo e la forza è propria delle bestie, bisogna ricorrere alla seconda solo quando non ci si può valere della prima» [Guerra alla pace, tr.it. Solferino 2018, p. 383]. Il rifiuto generalizzato del pensiero, l’odio per la cultura, l’intossicazione di anime e spiriti producono sovranismo e populismo nel mercato globale che vuole solo auto-conservarsi nella valorizzazione di borsa, anche dei giganti del Web.
Nell’oscurità che pare avvolgerci, c’è un provvidenziale punto di luce. Tutti i terroristi imparano a esserlo sul Web. Imparare è principio d’ogni cosa, anzitutto della pace costruita con clemenza, innovazione e ottimismo, in una civiltà condivisa di quotidiano, operoso, reciproco apprendimento che si lascia alle spalle la falsa somma zero di occhio per occhio.

Cigno nero (evento improbabile ma con gravi conseguenze) e rinoceronte grigio (rischio noto ma incontrollabile) sono espressioni gergali USA utilizzate da Xi Jinping in apertura della 13^ Assemblea nazionale popolare a Pechino il 5 marzo 2019. Colomba blustellataindica la pace dell’Europa unita da tre generazioni, in un benessere crescente fino alla crisi USA del 2008, aggravata dalla mancanza di un governo europeo, che il Consiglio europeo di 28 stati non è, né può essere. La recente direttiva UE sui diritti d’autore dovuti dai giganti del Web, «se attuata, può beneficiare milioni di utenti, sviluppare l’economia e condizionare i giganti tecnologici che hanno accumulato un immenso potere senza un equivalente senso di responsabilità» [«Europe takes on the tech giants», The Economist, 23-29/03/2019, p. 11]. L’UE è «il più grande mercato e il più grande blocco commerciale del mondo. È il principale partner commerciale per 80 Paesi, mentre gli Stati Uniti lo sono per 20 Paesi. L’UE importa dai Paesi in via di sviluppo più di quanto importino, tutti insieme, gli Stati Uniti, il Canada, il Giappone e la Cina. Per le merci importate, l’UE ha le tariffe mediamente più basse al mondo. È evidente che il mercato europeo costituisca una gigantesca calamita per grandi potenze globali» che vogliono spartirselo [Sergio Fabbrini, «UE, grande mercato dal piccolo governo», Il Sole 24 Ore, 24/03/2019, p. 1]. In UE priorità non è la difesa del mercato coi dazi, ma la politica infrastrutturale e sociale finanziata tassando anche i profitti realizzati in UE dalle multinazionali del Web, che veicolano il sovranismo e il populismo, con la mosca cocchiera dei seguaci di Orban, «terribilmente timorosi di ciò che chiamano Occidente. Per loro, le democrazie liberali. Le considerano finite e si reputano unico bastione di resistenza europea e cristiana. ‘Cristiana’, intendendosi ‘non musulmana’». «Vogliono un ritorno all’Antico Regime, con elezioni periodiche» [Florent Georgesco, «Bernard Guetta: “Les Hongrois ont peur de l’Occident”», Le Monde des Livres, 29/03/2019, p. 7]. Che colore ha il piccione che si crede aquila? Stando coi piedi per terra, «l’Unione politica europea è un progetto tale che dal suo completamento può dipendere non solo il futuro dei cittadini europei ma quello dell’intero pianeta» [Antonio Padoa-Schioppa, «Scopi e profili istituzionali dell’Unione: tappe, sfide, dinamiche in corso», in A. Calabrò, M. Ferrera, P. Marchetti, A. Martinelli, A. Padoa-SchioppaEuropa nonostante tutto, La Nave di Teseo 2019, p. 57].